La recente notizia del possibile definanziamento della linea tramviaria “TVA” (Termini – Vaticano – Aurelia) ,delle quale in oltre 25 anni di parole non si è mai riusciti ad arrivare a qualcosa di concreto, certifica, drammaticamente, il fallimento della promessa “cura del ferro” per la città di Roma promessa dal Sindaco Gualtieri. Avevamo sperato in un cambio di passo, ci eravamo illusi che finalmente Roma avrebbe colmato il GAP con le altre capitali europee, ma purtroppo non è stato così. Dopo aver pigramente e svogliatamente recepito il PUMS redatto dalla precedente giunta, senza nemmeno tentare di correggerne gli errori, l’attuale giunta, entrata in carica nel 2021 ha fatto partire alcuni dei promessi cantieri solo dopo 4 anni, adducendo come ultima scusa il Giubileo della Misercordia (peccato che almeno due tramvie previste fossero in periferia, ben lontane dagli itinerari giubilari). Ad oggi, l’unico cantiere di cui si inizia ad intravedere qualcosa di concreto è quello della linea Ponte Mammolo – Subaugusta, linea però per la quale serviranno nuove vetture ad hoc essendosi inconcepibilmente previste almeno due tratte senza linea aerea (non si comprende perchè, per la sovrintendenza, sia antiestetico il filo di contatto sotto gli archi dell’Acquedotto Alessandrino mentre non abbia niente da ridere del continuo traffico veicolare e del fatto che nelle strade adiacenti vi siano i parcheggi proprio accanto alla struttura) . Peccato solo che delle nuove vetture, se si eccettua “l’unboxing” fatto a favore di social dall’Assessore Patanè, novello influencer del TPL, non si veda l’ombra. Del resto anche il nuovo deposito nei pressi del Centro Carni a Tor Sapienza è in fase di costruzione ed anche se arrivassero oggi mancherebbe lo spazio per ospitarle. Dell’annunciata linea Verano – Stazione Tiburtina,ovvero la ricostruzione del tratto terminale delle vecchia linea 11, non si vede l’ombra di lavori,anzi, l’opera è in netto ritardo senza che dal Campidoglio arrivino spiegazioni. Del resto questa linea, senza un suo prolungamento verso Ponte Mammolo a sostituire il bus 163, ha attualmente poca utilità. Le cose non vanno meglio sulla rete ordinaria, funestata ormai da oltre un anno da lavori ed interruzzioni che vedono in circolazione più autobus che tram. Emblematico poi il caso della Linea 19: dopo aver riqualificato Via Ottaviano, per motivi mai chiariti, si è scelto di non far tornare i tram a Piazza Risorgimento. Come se non bastasse ora si è chiusa Via Barletta per cantierizzare i futuri e futuristici lavori della Metro C. Al posto di studiare un itinerario alternativo per raggiungere Piazza Risorgimento, l’Assessore aveva promesso un nuovo attestamento a Via Andrea Doria, ma dell’opera, la cui utilità è tutta da dimostrare (tanto valeva allora portare il tram fino a Cipro ad interscambiare con la Metro A),sì sono perse le tracce. Per non parlare della grottesca vicenda dei due tram guasti abbandonati per mesi ai vandali in Piazzale Ostiense a causa dell’assenza di mezzi idonei per rimorchiarli in officina ed i cui costi di riparazione graveranno sulle tasche dei romani. Concludiamo con la più triste delle vicende, ovvero quella della Ferrovia Termini – Giardinetti, chiusa dallo scorso 4 marzo a causa di un banale incidente. Sebbene sia strategica per la mobilità della Casilina, l’Assessore ne ha annunciato la definitiva chiusura adducendo come motivazione delle prescrizioni fatte da ANFISA in materia di sicurezza, prescrizioni il cui adempimento viene ritenuto costoso ed immotivato a causa dell’imminente trasformazione in tramvia. Ci permettiamo, novelli San Tommaso, di dubitare di queste prescrizioni in quanto nessuno le ha mai viste (ed anche la nostra richiesta di accesso agli atti è rimasta stranamente lettera morta) e di ritenere, la conversione, uno sbaglio colossale. Sarebbe stato sufficiente seguire l’esempio di Cagliari e Sassari,mantenendo scartamento ridotto ed acquistando nuovi mezzi. Invece si è scelta la strada più costosa e disagevole per utenza: smantellare tutto per ricostruire a scartamento ordinario, senza tra l’altro prevedere interconnessione con l’attuale rete tramviaria. Evidentemente Milano,con le vicende delle linee per Desio e Limbiate, ha fatto scuola, con l’aggravante che a Roma non avverrà nemmeno il potenziamento della rete di superficie per sostituire la ferrovia: le annunciate modifiche promesse dall’assessore a partire dal 15 giugno saranno solo un pietoso palliativo: oltre a non avere la capienza dei treni e a rimanere bloccati nel traffico, i bus saranno totalmente inefficienti in quanto mancano vetture, mancano autisti e sopratutto mancano i soldi per aumentare i Km/vettura. La Regione, ancora formalmente proprietaria della linea e totalmente disinteressata al TPL, vedi la penosa vicenda delle Unità di Rete, è improbabile, anche per questioni politiche, che stanzi ulteriori fondi per servizi sostitutivi, e le nuove linee 104 e 105L potranno essere esercitate solo tagliando altrove. La coperta è corta ma,sopratutto il Re è nudo. La cura del ferro a Roma tramonta tra promesse non mantenute e l’inconcepibile silenzio delle opposizioni. Amaramente, come CeSMoT, dobbiamo constatare che a Roma (e più in generale nel Lazio) destra e sinistra sono accomunate da una cosa: la totale indifferenza nei confronti del TPL e dei suoi utenti,ma del resto, in passato, le rare volte che l’attuale opposizione capitolina ha preso una posizione è stato su temi sfacciatamente anti TPL (come per la costruzione della Linea 8 o della filovia 90 Express) e quando era sulla “plancia di comando” si è limitata, ormai a fine mandato, a realizzare il breve prolungamento della Linea 8 a Piazza Venezia. Le elezioni per il rinnovo del consiglio comunale sono vicine e difficilmente cambierà qualcosa, anche per l’assenza di altri candidati di “peso” Ancora una volta la “cura del ferro” resta una utopia : una rondine non fa primavera ed una nuova linea tram ed i nuovi treni per la Linea B della Metropolitana non bastano a nascondere gli insuccessi della Giunta Gualtieri. Nel frattempo ai romani, non resta che rassegnarsi. Ancora una volta la cura del ferro è rimandata. A data da destinarsi
